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Prefazione di A. Moravia a “16 Ottobre 1943” (edizione del 1945)

Ho avuto l’occasione di prendere in esame il libro 16 Ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti, un racconto che narra la deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma, avvenuta nell’emblematica data che dà il titolo all’opera. Le modalità quasi cinematografiche  e corali della narrazione, la grande capacità espressiva e l’occhio critico e attento di Debenedetti rende le poche pagine di cui è composta il libro davvero straordinarie.

Vorrei qui postare la straordinaria prefazione che Moravia scrisse per l’edizione del 1945. Lo faccio perché ho avuto davvero molte difficoltà a trovare questo testo su internet, e ho dovuto ricostruirlo integrando alcuni appunti a degli spezzoni trovati qua e là. In occasione della giornata della memoria voglio proporlo qui sul mio Blog, in modo che possa essere trovato facilmente da chiunque lo ricercasse nel web. E’ una prefazione davvero significativa e non dovrebbe essere accessibile solo a chi possedesse la rara edizione del 1945.

Inutile dire il libro è assolutamente consigliato.

Buona lettura.

Nel 1938 l’assurdità, sempre presente sotto le dittature, entrò decisamente nella mia vita con le cosiddette leggi per la difesa della razza. Mio padre era ebreo. mia madre, che si chiamava de Marsanich, non lo era. noialtri figli eravamo battezzati. L’assurdità, dunque, prese il nome di ‘discriminazione’. Eravamo. come figli di padre “giudeo” e di madre “ariana” e inoltre battezzati, “discriminati”. ossia assolti. in certo modo, dal delitto di lesa razza commesso nascendo. Non basta, però. L’assurdità volle che di li a tre anni, mio fratello, tenente del genio in Africa, saltasse su una mina morendo a causa di una guerra che, appunto. era stata scatenata per imporre definitivamente al mondo intero l’assurdità medesima. Non basta ancora. Sempre a causa dell’assurdità, mia madre si mise a fare le pratiche per cambiare il nostro nome ‘giudaico’ in altro ‘ariano’. precisamente quello della mia nonna materna. Alle mie obbiezioni mia madre, con buon senso, rispondeva che in simili frangenti un nome ne valeva un altro. Finalmente, discriminato ma pur sempre sospetto. mi fu proibito di firmare nei giornali con il mio nome. Scelsi allora il trasparente pseudonimo di Pseudo: in quegli anni, per motivi collegati con il fascismo, la mia identità si faceva ogni giorno più incerta, più problematica. Cadde il fascismo, seguì il periodo sbaclogliano’. scrissi articoli contrari al passato regime sul Popolo di Roma diretto da Corrado Alvaro. Quindi. l’8 settembre, fascisti e nazisti tornarono: e allora cominciai a rendermi conto che l’assurdità, dopo essere stata per molto tempo una specie di limbo angoscioso, stava adesso diventando l’inferno che infatti era. In altri termini cominciai a provare il sentimento di apprensione che in regime di terrore assale tutti coloro che non sono o non si sentono ‘in regola. lo non ero in regola in alcun modo: né razzialmente, né politicamente, ne culturalmente.
D’altra pane. anche se l’avessi voluto, non avrei potuto essere in regola: non potevo inventarmi un nonno ariano, non potevo credere nel fascismo. non potevo infine non scrivere come scrivevo. Ero irrimediabilmente ‘diverso’. Una di quelle mattine, passando per Piazza di Spagna, incontrai un giornalista straniero, membro del Circolo della stampa estera, il quale mi avverti che ero sulle liste di coloro che in un prossimo futuro si aveva intenzione di arrestare e deportare in Germania. Tornai subito a casa e dissi a mia moglie che dovevamo scappare al più presto. Mentre mettevo in una valigia il necessario per la fuga, ecco, il telefono squilla. Stacco il ricevitore, lo porto all’orecchio, sento una voce non precisamente amabile che domanda: “Parlo con il traditore Moravia””. Cosi ‘diverso’, in pochi giorni ero diventato “traditore”. Giusto anche questo. Non importa dire qui come me la cavai. Quello che vorrei invece tentare di spiegare è la natura del sentimento di apprensione sempre più fonda e angosciosa che provavo in quei giorni. Ho detto che era il sentimento che. in regime di terrore, prova chi sa o teme di non essere in regola. Ma il terrore esattamente cos’è? Secondo me il terrore consiste nel venir meno delle istituzioni che stanno alla base della nostra identità e nella sostituzione dolorosa e difficoltosa di quesCidentità con l’anonimo e indifferenziato istinto di conservazione.- lo mi sentivo, insomma, come una bestia in trappola; sentivo che non ero più una persona. un individuo, un uomo bensì un nodo di esistenza minacciata. Se avessi avuto tempo c gusto per la riflessione, avrei certamente riconosciuto in questa riduzione della mia identità a mero dato biologico, una forzata regressione alla situazione naturale. Infatti il terrore è la condizione normale della natura. Per esempio, le mandrie di zebre che si vedono pascolare in Africa, tranquille e serene. in realtà sono “terrorizzate”. Al minimo indizio di pericolo, tutta la mandria partirà, in massa, al galoppo. L’uomo ha cercato di abolire il terrore, con la creazione di istituzioni. Il venir meno delle istituzioni ingenera l’assurdità, la quale a sua volta ripiomba l’uomo, incredulo e inorridito, nell’antico terrore naturale. Perché introduco nella prefazione a 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti, quest’accenno autobiografico? Perché, sul punto di parlare della retata di ebrei effettuata dai nazisti a Roma. mi accorgo che non sarei onesto se nascondessi che anch’io sono passato attraverso la prova del crollo delle istituzioni, della scomparsa dell’identità e della ricaduta, sia pure per poco. nella situazione di natura. Anelli° insomma ho conosciuto la persecuzione. cioè l’ingiustizia attiva e zelante. Cosi, ripeto, sarebbe poco onesto nasconderlo. fingendo la serenità del prefatore ‘al di sopra della mischia. Equivarrebbe in certo modo a rifiutare la mia solidarietà. sia pure dopo venticinque anni, agli sventurati che in quella lontana mattina di ottobre le SS di Kappler arrestarono per spedirli a morire nei forni crematori dei campi di sterminio”. Il piccolo libro di Giacomo Debenedetti vuol essere la cronaca al tempo stesso commossa ed esatta di quella terribile mattinata. Ma bisogna intendersi sul carattere del libro. Nella “nota” premessa all’edizione del Saggiatore, si parla, a proposito di 16 ottobre 1943, della Colonna infame di Manzoni e del Giornale della peste di Defoe. Il confronto regge soprattutto se riferito alla sostanza del libro. Analogamente a Defoe e a Manzoni. Debenedetti descrive una calamità pubblica, imprevedibile e impreveduta in quanto immeritata. La peste, materiale in Defoe e in Manzoni, diventa ideologica in Debenedetti. La somiglianza tra il morbo e l’ideologia, ambedue irresistibili e di rapidissima propagazione, si è imposta a più di uno scrittore: basterà qui ricordare La peste di Camus e il racconto L’epidemia del sottoscritto. D’altra pane la coralità della cronaca di Debenedetti costituisce un altro punto di somiglianza con i libri di Defoe c di Manzoni. Ma il paragone, a mio parere, deve fermarsi qui. Debenedetti non era un realista puritano come Defoe né un moralista cattolico come Manzoni. Non era neppure un narratore, come tutti e due. Era un critico che apparteneva di diritto alla cultura europea a cavallo tra i due secoli. Cultura, in senso storico, decadente. di cui il meno che si può dire è che era assolutamente impreparata ad affrontare le tragedie di quegli anni. La stessa preferenza di Debenedetti per Proust è significativa. Proust non esiste fuori dalle istituzioni; è uno scrittore “protetto” che ha certamente sottoposto ad analisi originali e accanite le identità ma non le ha mai messe in dubbio; forse, addirittura, il “passato” e la “memoria” di Proust potrebbero essere interpretati come fuga presaga dal “terrore” che si annidava nel presente e, ancor più, nell’immediato futuro. Insomma nessuno era meno adatto di Debenedetti a descrivere la sorte degli ebrei romani, cioè il crollo delle istituzioni e la sostituzione dell’identità col terrore.
E invece, no. Il sottile, il sofisticato, l’intelletualisticoo Debenedetti nelle cinquanta paginette di 16 ottobre 1943 riesce a darci lutto ciò che avremmo potuto aspettarci da uno scrittore della famiglia di Defoe e di Manzoni: sgomento della ragione di fronte alla furia irrazionale, carità religiosa, pietà storica, strazio esistenziale. Ma come è avvenuto tutto questo? In primo luogo, grazie alla letteratura. Debenedetti deve aver capito che non poteva aspettarsi alcun aiuto dal decadentismo intellettualistico e psicologistico; e ha guardato invece ai classici come ai soli modelli possibili. Tuttavia, l’aspetto più interessante di quest’operazione letteraria è che Debenedetti ha ricorso alla classicità da intellettuale raffinato qual era. Cioè raccontando la storia della retata nazista con una patina stilistica leggermente estetizzante. In altri termini nel momento stesso che Debenedetti si liberava dal proprio intellettualismo, lo confermava attraverso la maniera medesima che adottava per liberarsene. A questo punto qualcuno domanderà: ma perché l’estetismo? Rispondo: perché l’arte nelle tombe? L’estetismo, nel caso, vuol dire pietà.
Ma l’estetismo non poteva bastare. Ci voleva anche il dolore. Soffre un critico? Partecipa al dolore del mondo? Ne dubito. Oltre tutto, inevitabilmente, tra lui e il dolore si frappone il diaframma della letteratura. Ora Debenedetti ha avuto il coraggio di abbattere il diaframma e di accettare j1 proprio dolore come «motivo» principale della scrittura. Così dobbiamo vedere nel piccolo libro una vittoria del dolore sulla letteratura. Vittoria difficile che ha permesso alla letteratura di mischiarsi al dolore e di conferirgli l’elevatezza formale della tragedia. Sull’episodio della razzia nazista ho poro da dire che non abbia già detto benissimo Debenedetti. Vorrei soltanto aggiungere che Debenedetti, sia pure attraverso la riscoperta del procedimento classico della coralità, ha toccato in queste pagine il vero punto dolente di tutta la sinistra vicenda. Il razzismo e un’ideologia di massa; e le sue vittime non hanno né debbono avere un volto individuale e riconoscibile, sono anch’esse massa. Il dolore, così, non riguarda soltanto l’ingiustizia ma anche il crollo dei valori umanistici, la fine della parentesi individuale tra la barbarie primitiva e quella avvenire.

ALBERTO MORAVIA

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Una notte

14 Luglio 2017

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Pareva che l’ombra della notte, che misteriosa si aggirava per le campagne, lo avesse, dal sonno, chiamato a sé , appositamente, e che avesse aspettato quel preciso attimo per farlo. Erano le tre. La vita aveva scelto quel preciso momento per rivelarsi, e lui non poteva dormire.

Lui aprì gli occhi e guardò la finestra, che con il legno dei suoi infissi incorniciava il dipinto nero della notte. Si vedeva, dalla sua posizione, la luna, e sopra di essa, una singola stella. Era caldo.

E mentre il torpore del sonno svaniva lasciando che i dolori, da anestetizzati che erano, ritornassero a farsi vivi sulla pelle e nella mente, un silenzio malinconico e trepidante aleggiava.

Un messaggio. Da lei. Ne aveva già percepito il suono della notifica nel dormiveglia (?).
Il messaggio conteneva una nota audio. Era una canzone. Diverse note aleggiarono nella stanza, mentre fuori la stella vibrava con la luna e la notte. Erano note quasi inquietanti, ma poi presero un certo ritmo e nella mente lui presero la forma di un ricordo. Ora la vita poteva rivelarsi.

Lui rispose con un’altra canzone, ma inviandole solo le parole. Sperava che, in lei , prendessero forma di musica e di ricordo. Le parole che inviò lui parlavano di come non ci fosse più calma, di un Settembre che li avrebbe portati via con sé, di pretese comuni, del ritorno dell’alba vibrante, e di del fatto di come lei fosse, irriducibilmente, in lui.

Dal sonno si passò poi all’attesa, al riposo, al pensiero. La vita si era rivelata e aveva portato con sé un tristezza dolcissima, simile alla nostalgia, ma carica di significato.

Ma dopo la grande notte della rivelazione, ad est, ecco che in breve tempo la luna e la stella sarebbero svanite e si sarebbe riaffacciato il sole vibrante dell’alba.

E quasi non sarebbe sembrato vero.

Una specie di fiore

02 Luglio 2017

Un torricino, una scalinata. L’ombra della notte che lentamente scendeva.Immagine.png

Lei aveva addosso un vestito che a lei piaceva da matti e che a me pareva buffo.

L’anfiteatro romano. Esistono riminesi che nemmeno sanno di avercelo, un anfiteatro  nella loro città. A cielo aperto, alla portata di tutti.  Mi sono sempre piaciute le cose che raccontano storie, e le pietre di quel monumento ne avrebbero avute di gloriose da raccontare. Di bellissime. Anche questa foto ne ha una, di storia.

L’avrò fatta stare in posa per un quarto d’ora, facendole cambiare posizione di continuo. Aveva una dose limitata di pazienza e stava cominciando ad esaurirla.
Ma io volevo che fosse perfetta.
Doveva guardare un punto indefinito e accarezzare un mattone. Doveva interrogarlo e pretendere una risposta.
Doveva delineare, con la meravigliosa linea delle sue gambe, un passo lento e armonioso quanto deciso.
Il suo sguardo doveva rappresentare la leggerezza della sera che da lì a poco ci avrebbe avvolti e resi eterni. Tutto, doveva essere magico.
Doveva simboleggiare la bellezza anche in un luogo dimenticato e oramai solitario come quello. L’avanzare lento del suo passo e del suo sguardo curioso doveva risvegliare tutta la bellezza addormentata di quel luogo.

Tutto doveva essere perfetto. Per questo non ero mai contento di come si metteva. E lei si spazientiva.

Ma fra le macerie e le glorie dimenticate, lei doveva apparire come una specie di fiore.

 

Ultima sigaretta

24 Giugno 2017

Sembrava qualcosa alla Zeno Cosini, ma aveva un significato tutto suo.
Il giorno in cui se ne andò, lei stava aspettando il taxi fumando una sigaretta.
«Me la butti tu, per favore?» aveva detto lei mentre si avvicinava l’automobile bianca. Chissà perché lui si aspettava fosse gialla. In Italia i taxi sono bianchi.
Lui la aveva abbracciata tenendo la sua sigaretta accesa in mano. Chissà perché gliela aveva data. Poteva benissimo buttarla lei. Lo sapeva benissimo che lui non era un fumatore abituale.

Lei gli aveva riempito una guancia di baci, poi era salita sul taxi, che da lì a poco era partito. Lui era rimasto a fissare quella sigaretta fumante che ora teneva in mano. La guardava come se fosse l’ultima cosa che gli sarebbe rimasta di lei, e che per giunta gli si stava consumando lentamente in mano. Decise di finirla lui.

Quella sigaretta sapeva di bello e di vuoto. Era una sensazione bellissima, per quanto amara. Gestibile. Lui desiderava solo questo, in fondo: che le sue emozioni, che le sue dipendenze, fossero gestibili. Voleva che quella fosse l’ultima sigaretta, non tanto per porre fine ad un vizio, ma per far sì quella in particolare che fosse importante.

In realtà, dopo l’ultima sigaretta, ce ne furono altre. Tante a dire il vero. Ma dopo quell’ultima, fumare era per lui diventato un tentativo, inutile, di riportare alla mente quella sensazione unica di malinconia, di amara serenità che le aveva regalato quella sigaretta fumata per metà da lei.

Fu come con le donne. Dopo di lei, ce ne furono altre. Tante a dire il vero. Ma dopo di lei, tutte le donne che aveva avuto erano diventate solamente dei tentativi, inutili, di riportare alla mente  cosa significava lo scorrere del tempo quando era scandito dalla presenza di lei. Inutili ripieghi, inutili tentavi di rivivere delle emozioni simili a quelle che provava stando con lei. Perché con lei, e con lei solamente, si poteva, semplicemente, star bene.

L’unico limite

19 Maggio 2017

Betterson sapeva come non si può togliere ad un uomo nato vicino al mare, l’eterno richiamo che esso suscita su di lui. Anche se non è mai salito in barca, anche se trova dannatamente fastidiose la salsedine, la sabbia e il sale, non potrà mai fare a meno di queste cose. Non si può pretendere nemmeno che quest’uomo viva bene in una città che non ha sbocchi su di esso, perlomeno prossimi. Non saprebbe orientarsi, poiché il mare è per lui punto di riferimento. L’unico limite che apre all’infinito. Se togliete ad un uomo di mare questo limite, egli si perderà.

Il fogliettino

04 Marzo 2017

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Oggi, mentre andavo a prendere il bus, ho trovato questo fogliettino lungo la mia via. L’ho raccolto e dentro ho trovato questa piccola poesia. E’ stata una piacevole sorpresa. Non ho idea di chi l’abbia scritta. Ho provato a ricercare le frasi su Google, ma non sembrano corrispondere ad una poesia in particolare. Posso solo dedurre che l’autore sia una ragazza, visto la calligrafia e le parole. Frasi scritte di getto? E perché lasciarle così, intatte, in mezzo alla via? Ho deciso di riscriverla con uno stile molto più vicino al mio, sperando che all’autrice non dispiaccia. Ho lasciato appositamente un errore. Non si sa mai con la poesia, magari è volontario. Magari significa qualcosa.

Light dust

22 Novembre 2015

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Queste istantanee sono incollate una sopra all’altra, e a loro volta fissate sulla pagina di una delle mie moleskine. Ho azzardato questa cosa perché volevo coprire un pezzo della parte superiore della foto, che lasciava intravedere una finestra dietro a quello sfondo che avevo creato appoggiando un pezzo di compensato dipinto di nero ad un termosifone. Eravamo a scuola, verso la fine della ricreazione. La ragazza si chiama Michela, una mia delle mie compagne di classe. La foto nera invece è il risultato di una foto scattata a me da Giorgia, un’altra compagna di classe, di gran lunga più brava di me nella fotografia anche se opera col digitale. E’ la seconda foto che mi è uscita nera, e anche questa volta avrebbe dovuto ritrarre me.

Del ritratto di Michela ho apprezzato particolarmente l’espressione che ne è risultata. Michela l’ha assunta in una totale naturalezza, quasi che già sapesse che sarebbe stata adatta, non appena le dissi di guardare verso quella direzione, dischiudendo leggermente le labbra. Il risultato è stato un viso leggero e vagamente stupito, perfettamente stagliato contro uno sfondo nero segnato da tratti bianchi, che quasi ricordava un cielo notturno attraversato da migliaia di piccole comete.

Verdena: le arti e le accademie

08 Novembre 2015
Verdena 1997

I Verdena nel 1997

Ieri sera al Velvet, un locale della provincia di Rimini, c’era in programma una data dei Verdena, un gruppo a che riassumerei nel generico Alternative Rock. Ascolto questa band da anni, e non potevo mancare a quel concerto. Tant’è che mi sono fatto una decina di chilometri a piedi, pur di andarci. Non avevo proprio mezzi all’andata. Un’ora e mezza di camminata in una strada in mezzo ai greppi, buia, pericolosa, e con pochissimi lampioni. Ero pure raffreddato. Ma ne è valsa completamente la pena.

Partecipare a quel concerto è stato un’esperienza trascendentale. Uscire, un quasi triste ma necessario ritorno alla realtà. Il giorno dopo, è stato fonte di ispirazione e ricerca.

Questo gruppo suona da praticamente 20 anni. Informandomi, ho trovato straordinario come la formazione musicale di questa band consistesse esclusivamente nella sperimentazione e nell’osservazione. Un percorso praticamente autodidatta. Alberto Ferrari (chitarra e voce) ha iniziato a suonare la chitarra senza sapere cosa significasse accordare uno strumento. Tutt’ora dice di suonare la tastiera “ad orecchio”, senza realmente sapere come si suoni un piano. Roberta Sammarelli inizialmente suonava la chitarra, ed è passata al basso senza nemmeno sapere che si trattasse di uno strumento ritmico. Solo Luca Ferrari, batterista e fratello di Alberto, sembrava avere sin da subito il ritmo e la batteria nel sangue. E’ sempre stato portato, non ha mai dovuto studiare. Una band totalmente grezza, ignorante se vogliamo. Ma per questo motivo totalmente sincera. Ed è straordinario come, a parer mio, sia proprio grazie a questa “ignoranza” che siano riusciti a tirar fuori pezzi sempre originali, sempre più diversificati e sperimentali. Pezzi nuovi. Belli.

I Verdena sono questo. Ogni album è un passo avanti, un esperimento in più. Apprezzato come no. C’è chi dice che hanno perso quel che di grounge che li aveva resi famosi come “I Nirvana italiani”, c’è chi non apprezza tutti questi cambiamenti, che talvolta vergono sul  Pop. Ma ben venga, chi ha voglia di decine di album identici a Nevermind.  D’altro canto, poi, ci sono le critiche dai veri esperti del settore musicale. Gente che ha studiato per anni, che va a puntualizzare su quella tecnica che spesso è  effettivamente discutibile. Ma le tecniche, le conoscenze, sono così determinanti nella creazione di qualcosa di artistico?

Pensiamo al Romanticismo, ad esempio. In Italia, nell’ottocento, i pittori e gli artisti tutti erano estremamente legati all’accademia, al classicismo. Alle regole e alla tecnica. Tutti dipingono seguendo precise regole tecniche di chiaroscuro, prospettiva e tridimensionalità. Ce l’hanno nel sangue, il classicismo. Alcuni tentano di evolversi, e talvolta ci riescono, ma rimangono sempre ancorati all’accademia. Alle regole, alla tecnica. Ciò, non gli permette di evolversi completamente come invece succede agli artisti di tutta l’Europa. Al di là delle Alpi, infatti, questa appartenenza al classicismo non la si sente. Ed è per questo che la pittura si rinnova, cambia, lancia la vera corrente romantica. Non c’è quel rispetto ossessivo delle tecniche pittore, gli artistica sperimentano.  Grazie ad una lontananza dell’accademia, gli artisti rinnovano l’arte. Pur ispirandosi sempre ai grandi maestri italiani.

Da qui si capisce come le conoscenze e le tecniche, seppur importantissime al fine di raggiungere livelli elevati, non siano strettamente necessarie al fine della creazione di un’opera d’arte. Anzi, talvolta un attaccamento eccessivo ad esse potrebbe essere fatale, andando a minare ogni tentativo di innovazione e di avanguardia. Poniamoci allora un’altra domanda: per far sì che qualcosa sia bello, deve essere frutto di tecniche e abilità elevate? Il bello, dice Kant, non è legato al giudizio determinante, alla oggettività, e di conseguenza non lo si può mettere in relazione alle capacità tecniche, alle abilità, alle metodologie di carattere oggettivo, proprio perché ne è completamente separato. Non è possibile dire che una cosa sia bella solo perché tecnicamente perfetta: la tecnica è una scienza, il bello invece no.

E’ comunque sbagliato pensare che il concetto di bello sia completamente soggettivo. O meglio, è sì soggettivo, ma non soggetto all’arbitrio individuale. Questo perché allo stesso tempo però, è necessaria, sempre citando Kant, “una educazione al bello”, data dalla continua contemplazione di essa. Proprio per questo motivo, ossia che è necessaria un’educazione al bello, non mi azzardo minimamente a criticare esperti del settore, i virtuosi di conservatorio. Senza di loro la musica non raggiungerebbe mai i livelli a cui può arrivare. Il mio è semplicemente un pensiero da inesperto, da ignorante. A me, non mi importa che qualcosa sia perfetto, finché mi piace. Finché sa ispirarmi. L’arte va oltre alle regole, alla tecnica. L’arte è emozione. E qui cito gli Estetici e il grande Oscar Wilde: “Artist is the creator of beautiful things”. Se crediamo a questa affermazione, allora sì: i Verdena sono artisti in tutto e per tutto.

Urban Beauty

28 Ottobre 2015

Lucrezia

L’istantanea è un’aspetto interessante della fotografia analogica. Per via della rapidità con cui vengono sviluppate, il costo, il formato e il tipo di qualità, sembrano avere un fine ed uno scopo del tutto diverso da quello delle altre tecniche fotografiche. Un indirizzo legato all’attimo e alla velocità, all’imperfetto e all’urbano.

Il nome della ragazza era Lucrezia. Si fece scattare questa e un’altra foto che alla fine le regalai. Il risultato fu quello che mi soddisfò più di tutti: i capelli raccolti, le guance leggermente arrossate, lo sguardo incorniciato dal nero della matita rivolto verso nulla in particolare. La maglia nera, che indossava le lasciava scoperte le clavicole, creava un netto contrasto col muro dietro. Un muro spoglio, scrostato, con dei graffiti sopra. La ragazza diveniva, in quel singolo scatto, un’icona di una bellezza del tutto a sé stante, urbana, in netta contrapposizione con il grigio disfacimento della realtà che la circondava.