Varie

Ultima sigaretta

24 Giugno 2017

Sembrava qualcosa alla Zeno Cosini, ma aveva un significato tutto suo.
Il giorno in cui se ne andò, lei stava aspettando il taxi fumando una sigaretta.
«Me la butti tu, per favore?» aveva detto lei mentre si avvicinava l’automobile bianca. Chissà perché lui si aspettava fosse gialla. In Italia i taxi sono bianchi.
Lui la aveva abbracciata tenendo la sua sigaretta accesa in mano. Chissà perché gliela aveva data. Poteva benissimo buttarla lei. Lo sapeva benissimo che lui non era un fumatore abituale.

Lei gli aveva riempito una guancia di baci, poi era salita sul taxi, che da lì a poco era partito. Lui era rimasto a fissare quella sigaretta fumante che ora teneva in mano. La guardava come se fosse l’ultima cosa che gli sarebbe rimasta di lei, e che per giunta gli si stava consumando lentamente in mano. Decise di finirla lui.

Quella sigaretta sapeva di bello e di vuoto. Era una sensazione bellissima, per quanto amara. Gestibile. Lui desiderava solo questo, in fondo: che le sue emozioni, che le sue dipendenze, fossero gestibili. Voleva che quella fosse l’ultima sigaretta, non tanto per porre fine ad un vizio, ma per far sì quella in particolare che fosse importante.

In realtà, dopo l’ultima sigaretta, ce ne furono altre. Tante a dire il vero. Ma dopo quell’ultima, fumare era per lui diventato un tentativo, inutile, di riportare alla mente quella sensazione unica di malinconia, di amara serenità che le aveva regalato quella sigaretta fumata per metà da lei.

Fu come con le donne. Dopo di lei, ce ne furono altre. Tante a dire il vero. Ma dopo di lei, tutte le donne che aveva avuto erano diventate solamente dei tentativi, inutili, di riportare alla mente  cosa significava lo scorrere del tempo quando era scandito dalla presenza di lei. Inutili ripieghi, inutili tentavi di rivivere delle emozioni simili a quelle che provava stando con lei. Perché con lei, e con lei solamente, si poteva, semplicemente, star bene.

L’unico limite

19 Maggio 2017

Betterson sapeva come non si può togliere ad un uomo nato vicino al mare, l’eterno richiamo che esso suscita su di lui. Anche se non è mai salito in barca, anche se trova dannatamente fastidiose la salsedine, la sabbia e il sale, non potrà mai fare a meno di queste cose. Non si può pretendere nemmeno che quest’uomo viva bene in una città che non ha sbocchi su di esso, perlomeno prossimi. Non saprebbe orientarsi, poiché il mare è per lui punto di riferimento. L’unico limite che apre all’infinito. Se togliete ad un uomo di mare questo limite, egli si perderà.

Il fogliettino

04 Marzo 2017

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Oggi, mentre andavo a prendere il bus, ho trovato questo fogliettino lungo la mia via. L’ho raccolto e dentro ho trovato questa piccola poesia. E’ stata una piacevole sorpresa. Non ho idea di chi l’abbia scritta. Ho provato a ricercare le frasi su Google, ma non sembrano corrispondere ad una poesia in particolare. Posso solo dedurre che l’autore sia una ragazza, visto la calligrafia e le parole. Frasi scritte di getto? E perché lasciarle così, intatte, in mezzo alla via? Ho deciso di riscriverla con uno stile molto più vicino al mio, sperando che all’autrice non dispiaccia. Ho lasciato appositamente un errore. Non si sa mai con la poesia, magari è volontario. Magari significa qualcosa.

Light dust

22 Novembre 2015

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Queste istantanee sono incollate una sopra all’altra, e a loro volta fissate sulla pagina di una delle mie moleskine. Ho azzardato questa cosa perché volevo coprire un pezzo della parte superiore della foto, che lasciava intravedere una finestra dietro a quello sfondo che avevo creato appoggiando un pezzo di compensato dipinto di nero ad un termosifone. Eravamo a scuola, verso la fine della ricreazione. La ragazza si chiama Michela, una mia delle mie compagne di classe. La foto nera invece è il risultato di una foto scattata a me da Giorgia, un’altra compagna di classe, di gran lunga più brava di me nella fotografia anche se opera col digitale. E’ la seconda foto che mi è uscita nera, e anche questa volta avrebbe dovuto ritrarre me.

Del ritratto di Michela ho apprezzato particolarmente l’espressione che ne è risultata. Michela l’ha assunta in una totale naturalezza, quasi che già sapesse che sarebbe stata adatta, non appena le dissi di guardare verso quella direzione, dischiudendo leggermente le labbra. Il risultato è stato un viso leggero e vagamente stupito, perfettamente stagliato contro uno sfondo nero segnato da tratti bianchi, che quasi ricordava un cielo notturno attraversato da migliaia di piccole comete.

Verdena: le arti e le accademie

08 Novembre 2015
Verdena 1997

I Verdena nel 1997

Ieri sera al Velvet, un locale della provincia di Rimini, c’era in programma una data dei Verdena, un gruppo a che riassumerei nel generico Alternative Rock. Ascolto questa band da anni, e non potevo mancare a quel concerto. Tant’è che mi sono fatto una decina di chilometri a piedi, pur di andarci. Non avevo proprio mezzi all’andata. Un’ora e mezza di camminata in una strada in mezzo ai greppi, buia, pericolosa, e con pochissimi lampioni. Ero pure raffreddato. Ma ne è valsa completamente la pena.

Partecipare a quel concerto è stato un’esperienza trascendentale. Uscire, un quasi triste ma necessario ritorno alla realtà. Il giorno dopo, è stato fonte di ispirazione e ricerca.

Questo gruppo suona da praticamente 20 anni. Informandomi, ho trovato straordinario come la formazione musicale di questa band consistesse esclusivamente nella sperimentazione e nell’osservazione. Un percorso praticamente autodidatta. Alberto Ferrari (chitarra e voce) ha iniziato a suonare la chitarra senza sapere cosa significasse accordare uno strumento. Tutt’ora dice di suonare la tastiera “ad orecchio”, senza realmente sapere come si suoni un piano. Roberta Sammarelli inizialmente suonava la chitarra, ed è passata al basso senza nemmeno sapere che si trattasse di uno strumento ritmico. Solo Luca Ferrari, batterista e fratello di Alberto, sembrava avere sin da subito il ritmo e la batteria nel sangue. E’ sempre stato portato, non ha mai dovuto studiare. Una band totalmente grezza, ignorante se vogliamo. Ma per questo motivo totalmente sincera. Ed è straordinario come, a parer mio, sia proprio grazie a questa “ignoranza” che siano riusciti a tirar fuori pezzi sempre originali, sempre più diversificati e sperimentali. Pezzi nuovi. Belli.

I Verdena sono questo. Ogni album è un passo avanti, un esperimento in più. Apprezzato come no. C’è chi dice che hanno perso quel che di grounge che li aveva resi famosi come “I Nirvana italiani”, c’è chi non apprezza tutti questi cambiamenti, che talvolta vergono sul  Pop. Ma ben venga, chi ha voglia di decine di album identici a Nevermind.  D’altro canto, poi, ci sono le critiche dai veri esperti del settore musicale. Gente che ha studiato per anni, che va a puntualizzare su quella tecnica che spesso è  effettivamente discutibile. Ma le tecniche, le conoscenze, sono così determinanti nella creazione di qualcosa di artistico?

Pensiamo al Romanticismo, ad esempio. In Italia, nell’ottocento, i pittori e gli artisti tutti erano estremamente legati all’accademia, al classicismo. Alle regole e alla tecnica. Tutti dipingono seguendo precise regole tecniche di chiaroscuro, prospettiva e tridimensionalità. Ce l’hanno nel sangue, il classicismo. Alcuni tentano di evolversi, e talvolta ci riescono, ma rimangono sempre ancorati all’accademia. Alle regole, alla tecnica. Ciò, non gli permette di evolversi completamente come invece succede agli artisti di tutta l’Europa. Al di là delle Alpi, infatti, questa appartenenza al classicismo non la si sente. Ed è per questo che la pittura si rinnova, cambia, lancia la vera corrente romantica. Non c’è quel rispetto ossessivo delle tecniche pittore, gli artistica sperimentano.  Grazie ad una lontananza dell’accademia, gli artisti rinnovano l’arte. Pur ispirandosi sempre ai grandi maestri italiani.

Da qui si capisce come le conoscenze e le tecniche, seppur importantissime al fine di raggiungere livelli elevati, non siano strettamente necessarie al fine della creazione di un’opera d’arte. Anzi, talvolta un attaccamento eccessivo ad esse potrebbe essere fatale, andando a minare ogni tentativo di innovazione e di avanguardia. Poniamoci allora un’altra domanda: per far sì che qualcosa sia bello, deve essere frutto di tecniche e abilità elevate? Il bello, dice Kant, non è legato al giudizio determinante, alla oggettività, e di conseguenza non lo si può mettere in relazione alle capacità tecniche, alle abilità, alle metodologie di carattere oggettivo, proprio perché ne è completamente separato. Non è possibile dire che una cosa sia bella solo perché tecnicamente perfetta: la tecnica è una scienza, il bello invece no.

E’ comunque sbagliato pensare che il concetto di bello sia completamente soggettivo. O meglio, è sì soggettivo, ma non soggetto all’arbitrio individuale. Questo perché allo stesso tempo però, è necessaria, sempre citando Kant, “una educazione al bello”, data dalla continua contemplazione di essa. Proprio per questo motivo, ossia che è necessaria un’educazione al bello, non mi azzardo minimamente a criticare esperti del settore, i virtuosi di conservatorio. Senza di loro la musica non raggiungerebbe mai i livelli a cui può arrivare. Il mio è semplicemente un pensiero da inesperto, da ignorante. A me, non mi importa che qualcosa sia perfetto, finché mi piace. Finché sa ispirarmi. L’arte va oltre alle regole, alla tecnica. L’arte è emozione. E qui cito gli Estetici e il grande Oscar Wilde: “Artist is the creator of beautiful things”. Se crediamo a questa affermazione, allora sì: i Verdena sono artisti in tutto e per tutto.

Urban Beauty

28 Ottobre 2015

Lucrezia

L’istantanea è un’aspetto interessante della fotografia analogica. Per via della rapidità con cui vengono sviluppate, il costo, il formato e il tipo di qualità, sembrano avere un fine ed uno scopo del tutto diverso da quello delle altre tecniche fotografiche. Un indirizzo legato all’attimo e alla velocità, all’imperfetto e all’urbano.

Il nome della ragazza era Lucrezia. Si fece scattare questa e un’altra foto che alla fine le regalai. Il risultato fu quello che mi soddisfò più di tutti: i capelli raccolti, le guance leggermente arrossate, lo sguardo incorniciato dal nero della matita rivolto verso nulla in particolare. La maglia nera, che indossava le lasciava scoperte le clavicole, creava un netto contrasto col muro dietro. Un muro spoglio, scrostato, con dei graffiti sopra. La ragazza diveniva, in quel singolo scatto, un’icona di una bellezza del tutto a sé stante, urbana, in netta contrapposizione con il grigio disfacimento della realtà che la circondava.

Un inizio

06 Settembre 2015

Ciao a tutti. Con questo post voglio inaugurare questo blog, sito, cloud. Non saprei nemmeno io come definirlo. Ho concepito questo sito principalmente come uno spazio in cui potessi archiviare i miei lavori e i miei appunti legati alla fotografia e alla scrittura. Avrei potuto utilizzare un semplice sito di file hosting, ma mi sembrava freddo e triste come mezzo per conservare cose che considero passioni.  Poi, già che ci siamo, mi sarebbe piaciuto fornire un punto di riferimento facile da raggiungere per tutti quelli che fossero stati interessati al mio lavoro. Questo posto quindi è anche un sito, soprattutto per come l’ho impostato. Di base, però, 160Storie rimane un blog. Che alla fine è un’altra cosa di cui avevo bisogno. Un diario virtuale. Un posto dove sistemare un certo tipo di appunti, visto che tutti gli altri li fisso su carta.

A presto!