Una specie di fiore

02 Luglio 2017

Un torricino, una scalinata. L’ombra della notte che lentamente scendeva.Immagine.png

Lei aveva addosso un vestito che a lei piaceva da matti e che a me pareva buffo.

L’anfiteatro romano. Esistono riminesi che nemmeno sanno di avercelo, un anfiteatro  nella loro città. A cielo aperto, alla portata di tutti.  Mi sono sempre piaciute le cose che raccontano storie, e le pietre di quel monumento ne avrebbero avute di gloriose da raccontare. Di bellissime. Anche questa foto ne ha una, di storia.

L’avrò fatta stare in posa per un quarto d’ora, facendole cambiare posizione di continuo. Aveva una dose limitata di pazienza e stava cominciando ad esaurirla.
Ma io volevo che fosse perfetta.
Doveva guardare un punto indefinito e accarezzare un mattone. Doveva interrogarlo e pretendere una risposta.
Doveva delineare, con la meravigliosa linea delle sue gambe, un passo lento e armonioso quanto deciso.
Il suo sguardo doveva rappresentare la leggerezza della sera che da lì a poco ci avrebbe avvolti e resi eterni. Tutto, doveva essere magico.
Doveva simboleggiare la bellezza anche in un luogo dimenticato e oramai solitario come quello. L’avanzare lento del suo passo e del suo sguardo curioso doveva risvegliare tutta la bellezza addormentata di quel luogo.

Tutto doveva essere perfetto. Per questo non ero mai contento di come si metteva. E lei si spazientiva.

Ma fra le macerie e le glorie dimenticate, lei doveva apparire come una specie di fiore.

 

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