Un riff

24 Novembre 2015

La stanza, immersa in una suggestiva luce di colore bluastro, tendeva all’oscurità. Sdraiato vestito, con ancora la chitarra a tracolla, andavo ascoltando il riff ripetitivo che risuonava nell’aria. Era suonato male. Quando finiva, l’unico suono che potevo percepire era il rumore bianco dell’amplificatore acceso, con la sua spia rossa a costituire l’unico punto luminoso nella stanza. Quasi abbracciavo la chitarra, che col suo peso mi schiacciava leggermente. Quasi fosse stata una persona.

Lei oramai sapeva la verità.  Ed era come se anch’io la fossi venuto a conoscere  in quel preciso momento. Invece, il bugiardo ero sempre stato io. Il peso delle conseguenze è venuto fuori solo alla fine, dopo continue illusioni, dopo continue menzogne. Non serve più che mi giustifichi con nessuno, tanto meno con me stesso. La verità è lì, davanti a me, fredda e cruda. Il riff è sempre quello, e riecheggia inesorabile nella stanza.

Non troppo lentamente, vado rialzandomi. Prendo la chitarra e la infilo nella custodia. Domani mi servirà per suonare canzoni che non conosco. Per quanto quello che facciamo possa risuonare doloroso e malvagio, infatti, la vita continua lo stesso. E l’unica cosa che si sente, è questo riff ripetitivo, instancabile, che ti risuona in testa. Sempre quello, identico. Rimane lì, finché col tempo non va a far parte di tutti gli altri rumori di fondo della nostra vita, a cui oramai siamo abituati già da tempo.

Un rumore bianco, fatto di riff suonati male.

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