Month: November 2015

di Roberto Mulazzani

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Un riff

24 Novembre 2015

La stanza, immersa in una suggestiva luce di colore bluastro, tendeva all’oscurità. Sdraiato vestito, con ancora la chitarra a tracolla, andavo ascoltando il riff ripetitivo che risuonava nell’aria. Era suonato male. Quando finiva, l’unico suono che potevo percepire era il rumore bianco dell’amplificatore acceso, con la sua spia rossa a costituire l’unico punto luminoso nella stanza. Quasi abbracciavo la chitarra, che col suo peso mi schiacciava leggermente. Quasi fosse stata una persona.

Lei oramai sapeva la verità.  Ed era come se anch’io la fossi venuto a conoscere  in quel preciso momento. Invece, il bugiardo ero sempre stato io. Il peso delle conseguenze è venuto fuori solo alla fine, dopo continue illusioni, dopo continue menzogne. Non serve più che mi giustifichi con nessuno, tanto meno con me stesso. La verità è lì, davanti a me, fredda e cruda. Il riff è sempre quello, e riecheggia inesorabile nella stanza.

Non troppo lentamente, vado rialzandomi. Prendo la chitarra e la infilo nella custodia. Domani mi servirà per suonare canzoni che non conosco. Per quanto quello che facciamo possa risuonare doloroso e malvagio, infatti, la vita continua lo stesso. E l’unica cosa che si sente, è questo riff ripetitivo, instancabile, che ti risuona in testa. Sempre quello, identico. Rimane lì, finché col tempo non va a far parte di tutti gli altri rumori di fondo della nostra vita, a cui oramai siamo abituati già da tempo.

Un rumore bianco, fatto di riff suonati male.

Light dust

22 Novembre 2015

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Queste istantanee sono incollate una sopra all’altra, e a loro volta fissate sulla pagina di una delle mie moleskine. Ho azzardato questa cosa perché volevo coprire un pezzo della parte superiore della foto, che lasciava intravedere una finestra dietro a quello sfondo che avevo creato appoggiando un pezzo di compensato dipinto di nero ad un termosifone. Eravamo a scuola, verso la fine della ricreazione. La ragazza si chiama Michela, una mia delle mie compagne di classe. La foto nera invece è il risultato di una foto scattata a me da Giorgia, un’altra compagna di classe, di gran lunga più brava di me nella fotografia anche se opera col digitale. E’ la seconda foto che mi è uscita nera, e anche questa volta avrebbe dovuto ritrarre me.

Del ritratto di Michela ho apprezzato particolarmente l’espressione che ne è risultata. Michela l’ha assunta in una totale naturalezza, quasi che già sapesse che sarebbe stata adatta, non appena le dissi di guardare verso quella direzione, dischiudendo leggermente le labbra. Il risultato è stato un viso leggero e vagamente stupito, perfettamente stagliato contro uno sfondo nero segnato da tratti bianchi, che quasi ricordava un cielo notturno attraversato da migliaia di piccole comete.

Verdena: le arti e le accademie

08 Novembre 2015
Verdena 1997

I Verdena nel 1997

Ieri sera al Velvet, un locale della provincia di Rimini, c’era in programma una data dei Verdena, un gruppo a che riassumerei nel generico Alternative Rock. Ascolto questa band da anni, e non potevo mancare a quel concerto. Tant’è che mi sono fatto una decina di chilometri a piedi, pur di andarci. Non avevo proprio mezzi all’andata. Un’ora e mezza di camminata in una strada in mezzo ai greppi, buia, pericolosa, e con pochissimi lampioni. Ero pure raffreddato. Ma ne è valsa completamente la pena.

Partecipare a quel concerto è stato un’esperienza trascendentale. Uscire, un quasi triste ma necessario ritorno alla realtà. Il giorno dopo, è stato fonte di ispirazione e ricerca.

Questo gruppo suona da praticamente 20 anni. Informandomi, ho trovato straordinario come la formazione musicale di questa band consistesse esclusivamente nella sperimentazione e nell’osservazione. Un percorso praticamente autodidatta. Alberto Ferrari (chitarra e voce) ha iniziato a suonare la chitarra senza sapere cosa significasse accordare uno strumento. Tutt’ora dice di suonare la tastiera “ad orecchio”, senza realmente sapere come si suoni un piano. Roberta Sammarelli inizialmente suonava la chitarra, ed è passata al basso senza nemmeno sapere che si trattasse di uno strumento ritmico. Solo Luca Ferrari, batterista e fratello di Alberto, sembrava avere sin da subito il ritmo e la batteria nel sangue. E’ sempre stato portato, non ha mai dovuto studiare. Una band totalmente grezza, ignorante se vogliamo. Ma per questo motivo totalmente sincera. Ed è straordinario come, a parer mio, sia proprio grazie a questa “ignoranza” che siano riusciti a tirar fuori pezzi sempre originali, sempre più diversificati e sperimentali. Pezzi nuovi. Belli.

I Verdena sono questo. Ogni album è un passo avanti, un esperimento in più. Apprezzato come no. C’è chi dice che hanno perso quel che di grounge che li aveva resi famosi come “I Nirvana italiani”, c’è chi non apprezza tutti questi cambiamenti, che talvolta vergono sul  Pop. Ma ben venga, chi ha voglia di decine di album identici a Nevermind.  D’altro canto, poi, ci sono le critiche dai veri esperti del settore musicale. Gente che ha studiato per anni, che va a puntualizzare su quella tecnica che spesso è  effettivamente discutibile. Ma le tecniche, le conoscenze, sono così determinanti nella creazione di qualcosa di artistico?

Pensiamo al Romanticismo, ad esempio. In Italia, nell’ottocento, i pittori e gli artisti tutti erano estremamente legati all’accademia, al classicismo. Alle regole e alla tecnica. Tutti dipingono seguendo precise regole tecniche di chiaroscuro, prospettiva e tridimensionalità. Ce l’hanno nel sangue, il classicismo. Alcuni tentano di evolversi, e talvolta ci riescono, ma rimangono sempre ancorati all’accademia. Alle regole, alla tecnica. Ciò, non gli permette di evolversi completamente come invece succede agli artisti di tutta l’Europa. Al di là delle Alpi, infatti, questa appartenenza al classicismo non la si sente. Ed è per questo che la pittura si rinnova, cambia, lancia la vera corrente romantica. Non c’è quel rispetto ossessivo delle tecniche pittore, gli artistica sperimentano.  Grazie ad una lontananza dell’accademia, gli artisti rinnovano l’arte. Pur ispirandosi sempre ai grandi maestri italiani.

Da qui si capisce come le conoscenze e le tecniche, seppur importantissime al fine di raggiungere livelli elevati, non siano strettamente necessarie al fine della creazione di un’opera d’arte. Anzi, talvolta un attaccamento eccessivo ad esse potrebbe essere fatale, andando a minare ogni tentativo di innovazione e di avanguardia. Poniamoci allora un’altra domanda: per far sì che qualcosa sia bello, deve essere frutto di tecniche e abilità elevate? Il bello, dice Kant, non è legato al giudizio determinante, alla oggettività, e di conseguenza non lo si può mettere in relazione alle capacità tecniche, alle abilità, alle metodologie di carattere oggettivo, proprio perché ne è completamente separato. Non è possibile dire che una cosa sia bella solo perché tecnicamente perfetta: la tecnica è una scienza, il bello invece no.

E’ comunque sbagliato pensare che il concetto di bello sia completamente soggettivo. O meglio, è sì soggettivo, ma non soggetto all’arbitrio individuale. Questo perché allo stesso tempo però, è necessaria, sempre citando Kant, “una educazione al bello”, data dalla continua contemplazione di essa. Proprio per questo motivo, ossia che è necessaria un’educazione al bello, non mi azzardo minimamente a criticare esperti del settore, i virtuosi di conservatorio. Senza di loro la musica non raggiungerebbe mai i livelli a cui può arrivare. Il mio è semplicemente un pensiero da inesperto, da ignorante. A me, non mi importa che qualcosa sia perfetto, finché mi piace. Finché sa ispirarmi. L’arte va oltre alle regole, alla tecnica. L’arte è emozione. E qui cito gli Estetici e il grande Oscar Wilde: “Artist is the creator of beautiful things”. Se crediamo a questa affermazione, allora sì: i Verdena sono artisti in tutto e per tutto.