di Roberto Mulazzani

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Prefazione di A. Moravia a “16 Ottobre 1943” (edizione del 1945)

Ho avuto l’occasione di prendere in esame il libro 16 Ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti, un racconto che narra la deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma, avvenuta nell’emblematica data che dà il titolo all’opera. Le modalità quasi cinematografiche  e corali della narrazione, la grande capacità espressiva e l’occhio critico e attento di Debenedetti rende le poche pagine di cui è composta il libro davvero straordinarie.

Vorrei qui postare la straordinaria prefazione che Moravia scrisse per l’edizione del 1945. Lo faccio perché ho avuto davvero molte difficoltà a trovare questo testo su internet, e ho dovuto ricostruirlo integrando alcuni appunti a degli spezzoni trovati qua e là. In occasione della giornata della memoria voglio proporlo qui sul mio Blog, in modo che possa essere trovato facilmente da chiunque lo ricercasse nel web. E’ una prefazione davvero significativa e non dovrebbe essere accessibile solo a chi possedesse la rara edizione del 1945.

Inutile dire il libro è assolutamente consigliato.

Buona lettura.

Nel 1938 l’assurdità, sempre presente sotto le dittature, entrò decisamente nella mia vita con le cosiddette leggi per la difesa della razza. Mio padre era ebreo. mia madre, che si chiamava de Marsanich, non lo era. noialtri figli eravamo battezzati. L’assurdità, dunque, prese il nome di ‘discriminazione’. Eravamo. come figli di padre “giudeo” e di madre “ariana” e inoltre battezzati, “discriminati”. ossia assolti. in certo modo, dal delitto di lesa razza commesso nascendo. Non basta, però. L’assurdità volle che di li a tre anni, mio fratello, tenente del genio in Africa, saltasse su una mina morendo a causa di una guerra che, appunto. era stata scatenata per imporre definitivamente al mondo intero l’assurdità medesima. Non basta ancora. Sempre a causa dell’assurdità, mia madre si mise a fare le pratiche per cambiare il nostro nome ‘giudaico’ in altro ‘ariano’. precisamente quello della mia nonna materna. Alle mie obbiezioni mia madre, con buon senso, rispondeva che in simili frangenti un nome ne valeva un altro. Finalmente, discriminato ma pur sempre sospetto. mi fu proibito di firmare nei giornali con il mio nome. Scelsi allora il trasparente pseudonimo di Pseudo: in quegli anni, per motivi collegati con il fascismo, la mia identità si faceva ogni giorno più incerta, più problematica. Cadde il fascismo, seguì il periodo sbaclogliano’. scrissi articoli contrari al passato regime sul Popolo di Roma diretto da Corrado Alvaro. Quindi. l’8 settembre, fascisti e nazisti tornarono: e allora cominciai a rendermi conto che l’assurdità, dopo essere stata per molto tempo una specie di limbo angoscioso, stava adesso diventando l’inferno che infatti era. In altri termini cominciai a provare il sentimento di apprensione che in regime di terrore assale tutti coloro che non sono o non si sentono ‘in regola. lo non ero in regola in alcun modo: né razzialmente, né politicamente, ne culturalmente.
D’altra pane. anche se l’avessi voluto, non avrei potuto essere in regola: non potevo inventarmi un nonno ariano, non potevo credere nel fascismo. non potevo infine non scrivere come scrivevo. Ero irrimediabilmente ‘diverso’. Una di quelle mattine, passando per Piazza di Spagna, incontrai un giornalista straniero, membro del Circolo della stampa estera, il quale mi avverti che ero sulle liste di coloro che in un prossimo futuro si aveva intenzione di arrestare e deportare in Germania. Tornai subito a casa e dissi a mia moglie che dovevamo scappare al più presto. Mentre mettevo in una valigia il necessario per la fuga, ecco, il telefono squilla. Stacco il ricevitore, lo porto all’orecchio, sento una voce non precisamente amabile che domanda: “Parlo con il traditore Moravia””. Cosi ‘diverso’, in pochi giorni ero diventato “traditore”. Giusto anche questo. Non importa dire qui come me la cavai. Quello che vorrei invece tentare di spiegare è la natura del sentimento di apprensione sempre più fonda e angosciosa che provavo in quei giorni. Ho detto che era il sentimento che. in regime di terrore, prova chi sa o teme di non essere in regola. Ma il terrore esattamente cos’è? Secondo me il terrore consiste nel venir meno delle istituzioni che stanno alla base della nostra identità e nella sostituzione dolorosa e difficoltosa di quesCidentità con l’anonimo e indifferenziato istinto di conservazione.- lo mi sentivo, insomma, come una bestia in trappola; sentivo che non ero più una persona. un individuo, un uomo bensì un nodo di esistenza minacciata. Se avessi avuto tempo c gusto per la riflessione, avrei certamente riconosciuto in questa riduzione della mia identità a mero dato biologico, una forzata regressione alla situazione naturale. Infatti il terrore è la condizione normale della natura. Per esempio, le mandrie di zebre che si vedono pascolare in Africa, tranquille e serene. in realtà sono “terrorizzate”. Al minimo indizio di pericolo, tutta la mandria partirà, in massa, al galoppo. L’uomo ha cercato di abolire il terrore, con la creazione di istituzioni. Il venir meno delle istituzioni ingenera l’assurdità, la quale a sua volta ripiomba l’uomo, incredulo e inorridito, nell’antico terrore naturale. Perché introduco nella prefazione a 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti, quest’accenno autobiografico? Perché, sul punto di parlare della retata di ebrei effettuata dai nazisti a Roma. mi accorgo che non sarei onesto se nascondessi che anch’io sono passato attraverso la prova del crollo delle istituzioni, della scomparsa dell’identità e della ricaduta, sia pure per poco. nella situazione di natura. Anelli° insomma ho conosciuto la persecuzione. cioè l’ingiustizia attiva e zelante. Cosi, ripeto, sarebbe poco onesto nasconderlo. fingendo la serenità del prefatore ‘al di sopra della mischia. Equivarrebbe in certo modo a rifiutare la mia solidarietà. sia pure dopo venticinque anni, agli sventurati che in quella lontana mattina di ottobre le SS di Kappler arrestarono per spedirli a morire nei forni crematori dei campi di sterminio”. Il piccolo libro di Giacomo Debenedetti vuol essere la cronaca al tempo stesso commossa ed esatta di quella terribile mattinata. Ma bisogna intendersi sul carattere del libro. Nella “nota” premessa all’edizione del Saggiatore, si parla, a proposito di 16 ottobre 1943, della Colonna infame di Manzoni e del Giornale della peste di Defoe. Il confronto regge soprattutto se riferito alla sostanza del libro. Analogamente a Defoe e a Manzoni. Debenedetti descrive una calamità pubblica, imprevedibile e impreveduta in quanto immeritata. La peste, materiale in Defoe e in Manzoni, diventa ideologica in Debenedetti. La somiglianza tra il morbo e l’ideologia, ambedue irresistibili e di rapidissima propagazione, si è imposta a più di uno scrittore: basterà qui ricordare La peste di Camus e il racconto L’epidemia del sottoscritto. D’altra pane la coralità della cronaca di Debenedetti costituisce un altro punto di somiglianza con i libri di Defoe c di Manzoni. Ma il paragone, a mio parere, deve fermarsi qui. Debenedetti non era un realista puritano come Defoe né un moralista cattolico come Manzoni. Non era neppure un narratore, come tutti e due. Era un critico che apparteneva di diritto alla cultura europea a cavallo tra i due secoli. Cultura, in senso storico, decadente. di cui il meno che si può dire è che era assolutamente impreparata ad affrontare le tragedie di quegli anni. La stessa preferenza di Debenedetti per Proust è significativa. Proust non esiste fuori dalle istituzioni; è uno scrittore “protetto” che ha certamente sottoposto ad analisi originali e accanite le identità ma non le ha mai messe in dubbio; forse, addirittura, il “passato” e la “memoria” di Proust potrebbero essere interpretati come fuga presaga dal “terrore” che si annidava nel presente e, ancor più, nell’immediato futuro. Insomma nessuno era meno adatto di Debenedetti a descrivere la sorte degli ebrei romani, cioè il crollo delle istituzioni e la sostituzione dell’identità col terrore.
E invece, no. Il sottile, il sofisticato, l’intelletualisticoo Debenedetti nelle cinquanta paginette di 16 ottobre 1943 riesce a darci lutto ciò che avremmo potuto aspettarci da uno scrittore della famiglia di Defoe e di Manzoni: sgomento della ragione di fronte alla furia irrazionale, carità religiosa, pietà storica, strazio esistenziale. Ma come è avvenuto tutto questo? In primo luogo, grazie alla letteratura. Debenedetti deve aver capito che non poteva aspettarsi alcun aiuto dal decadentismo intellettualistico e psicologistico; e ha guardato invece ai classici come ai soli modelli possibili. Tuttavia, l’aspetto più interessante di quest’operazione letteraria è che Debenedetti ha ricorso alla classicità da intellettuale raffinato qual era. Cioè raccontando la storia della retata nazista con una patina stilistica leggermente estetizzante. In altri termini nel momento stesso che Debenedetti si liberava dal proprio intellettualismo, lo confermava attraverso la maniera medesima che adottava per liberarsene. A questo punto qualcuno domanderà: ma perché l’estetismo? Rispondo: perché l’arte nelle tombe? L’estetismo, nel caso, vuol dire pietà.
Ma l’estetismo non poteva bastare. Ci voleva anche il dolore. Soffre un critico? Partecipa al dolore del mondo? Ne dubito. Oltre tutto, inevitabilmente, tra lui e il dolore si frappone il diaframma della letteratura. Ora Debenedetti ha avuto il coraggio di abbattere il diaframma e di accettare j1 proprio dolore come «motivo» principale della scrittura. Così dobbiamo vedere nel piccolo libro una vittoria del dolore sulla letteratura. Vittoria difficile che ha permesso alla letteratura di mischiarsi al dolore e di conferirgli l’elevatezza formale della tragedia. Sull’episodio della razzia nazista ho poro da dire che non abbia già detto benissimo Debenedetti. Vorrei soltanto aggiungere che Debenedetti, sia pure attraverso la riscoperta del procedimento classico della coralità, ha toccato in queste pagine il vero punto dolente di tutta la sinistra vicenda. Il razzismo e un’ideologia di massa; e le sue vittime non hanno né debbono avere un volto individuale e riconoscibile, sono anch’esse massa. Il dolore, così, non riguarda soltanto l’ingiustizia ma anche il crollo dei valori umanistici, la fine della parentesi individuale tra la barbarie primitiva e quella avvenire.

ALBERTO MORAVIA

Una notte

14 Luglio 2017

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Pareva che l’ombra della notte, che misteriosa si aggirava per le campagne, lo avesse, dal sonno, chiamato a sé , appositamente, e che avesse aspettato quel preciso attimo per farlo. Erano le tre. La vita aveva scelto quel preciso momento per rivelarsi, e lui non poteva dormire.

Lui aprì gli occhi e guardò la finestra, che con il legno dei suoi infissi incorniciava il dipinto nero della notte. Si vedeva, dalla sua posizione, la luna, e sopra di essa, una singola stella. Era caldo.

E mentre il torpore del sonno svaniva lasciando che i dolori, da anestetizzati che erano, ritornassero a farsi vivi sulla pelle e nella mente, un silenzio malinconico e trepidante aleggiava.

Un messaggio. Da lei. Ne aveva già percepito il suono della notifica nel dormiveglia (?).
Il messaggio conteneva una nota audio. Era una canzone. Diverse note aleggiarono nella stanza, mentre fuori la stella vibrava con la luna e la notte. Erano note quasi inquietanti, ma poi presero un certo ritmo e nella mente lui presero la forma di un ricordo. Ora la vita poteva rivelarsi.

Lui rispose con un’altra canzone, ma inviandole solo le parole. Sperava che, in lei , prendessero forma di musica e di ricordo. Le parole che inviò lui parlavano di come non ci fosse più calma, di un Settembre che li avrebbe portati via con sé, di pretese comuni, del ritorno dell’alba vibrante, e di del fatto di come lei fosse, irriducibilmente, in lui.

Dal sonno si passò poi all’attesa, al riposo, al pensiero. La vita si era rivelata e aveva portato con sé un tristezza dolcissima, simile alla nostalgia, ma carica di significato.

Ma dopo la grande notte della rivelazione, ad est, ecco che in breve tempo la luna e la stella sarebbero svanite e si sarebbe riaffacciato il sole vibrante dell’alba.

E quasi non sarebbe sembrato vero.

Una specie di fiore

02 Luglio 2017

Un torricino, una scalinata. L’ombra della notte che lentamente scendeva.Immagine.png

Lei aveva addosso un vestito che a lei piaceva da matti e che a me pareva buffo.

L’anfiteatro romano. Esistono riminesi che nemmeno sanno di avercelo, un anfiteatro  nella loro città. A cielo aperto, alla portata di tutti.  Mi sono sempre piaciute le cose che raccontano storie, e le pietre di quel monumento ne avrebbero avute di gloriose da raccontare. Di bellissime. Anche questa foto ne ha una, di storia.

L’avrò fatta stare in posa per un quarto d’ora, facendole cambiare posizione di continuo. Aveva una dose limitata di pazienza e stava cominciando ad esaurirla.
Ma io volevo che fosse perfetta.
Doveva guardare un punto indefinito e accarezzare un mattone. Doveva interrogarlo e pretendere una risposta.
Doveva delineare, con la meravigliosa linea delle sue gambe, un passo lento e armonioso quanto deciso.
Il suo sguardo doveva rappresentare la leggerezza della sera che da lì a poco ci avrebbe avvolti e resi eterni. Tutto, doveva essere magico.
Doveva simboleggiare la bellezza anche in un luogo dimenticato e oramai solitario come quello. L’avanzare lento del suo passo e del suo sguardo curioso doveva risvegliare tutta la bellezza addormentata di quel luogo.

Tutto doveva essere perfetto. Per questo non ero mai contento di come si metteva. E lei si spazientiva.

Ma fra le macerie e le glorie dimenticate, lei doveva apparire come una specie di fiore.

 

Ultima sigaretta

24 Giugno 2017

Sembrava qualcosa alla Zeno Cosini, ma aveva un significato tutto suo.
Il giorno in cui se ne andò, lei stava aspettando il taxi fumando una sigaretta.
«Me la butti tu, per favore?» aveva detto lei mentre si avvicinava l’automobile bianca. Chissà perché lui si aspettava fosse gialla. In Italia i taxi sono bianchi.
Lui la aveva abbracciata tenendo la sua sigaretta accesa in mano. Chissà perché gliela aveva data. Poteva benissimo buttarla lei. Lo sapeva benissimo che lui non era un fumatore abituale.

Lei gli aveva riempito una guancia di baci, poi era salita sul taxi, che da lì a poco era partito. Lui era rimasto a fissare quella sigaretta fumante che ora teneva in mano. La guardava come se fosse l’ultima cosa che gli sarebbe rimasta di lei, e che per giunta gli si stava consumando lentamente in mano. Decise di finirla lui.

Quella sigaretta sapeva di bello e di vuoto. Era una sensazione bellissima, per quanto amara. Gestibile. Lui desiderava solo questo, in fondo: che le sue emozioni, che le sue dipendenze, fossero gestibili. Voleva che quella fosse l’ultima sigaretta, non tanto per porre fine ad un vizio, ma per far sì quella in particolare che fosse importante.

In realtà, dopo l’ultima sigaretta, ce ne furono altre. Tante a dire il vero. Ma dopo quell’ultima, fumare era per lui diventato un tentativo, inutile, di riportare alla mente quella sensazione unica di malinconia, di amara serenità che le aveva regalato quella sigaretta fumata per metà da lei.

Fu come con le donne. Dopo di lei, ce ne furono altre. Tante a dire il vero. Ma dopo di lei, tutte le donne che aveva avuto erano diventate solamente dei tentativi, inutili, di riportare alla mente  cosa significava lo scorrere del tempo quando era scandito dalla presenza di lei. Inutili ripieghi, inutili tentavi di rivivere delle emozioni simili a quelle che provava stando con lei. Perché con lei, e con lei solamente, si poteva, semplicemente, star bene.

L’unico limite

19 Maggio 2017

Betterson sapeva come non si può togliere ad un uomo nato vicino al mare, l’eterno richiamo che esso suscita su di lui. Anche se non è mai salito in barca, anche se trova dannatamente fastidiose la salsedine, la sabbia e il sale, non potrà mai fare a meno di queste cose. Non si può pretendere nemmeno che quest’uomo viva bene in una città che non ha sbocchi su di esso, perlomeno prossimi. Non saprebbe orientarsi, poiché il mare è per lui punto di riferimento. L’unico limite che apre all’infinito. Se togliete ad un uomo di mare questo limite, egli si perderà.

Il fogliettino

04 Marzo 2017

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Oggi, mentre andavo a prendere il bus, ho trovato questo fogliettino lungo la mia via. L’ho raccolto e dentro ho trovato questa piccola poesia. E’ stata una piacevole sorpresa. Non ho idea di chi l’abbia scritta. Ho provato a ricercare le frasi su Google, ma non sembrano corrispondere ad una poesia in particolare. Posso solo dedurre che l’autore sia una ragazza, visto la calligrafia e le parole. Frasi scritte di getto? E perché lasciarle così, intatte, in mezzo alla via? Ho deciso di riscriverla con uno stile molto più vicino al mio, sperando che all’autrice non dispiaccia. Ho lasciato appositamente un errore. Non si sa mai con la poesia, magari è volontario. Magari significa qualcosa.

Metamorfosi

19 Febbraio 2017

Giacevo, anni fa, sugli stessi quei cuscini. Stretto a brutte membra, a me così estranee e lontane. Perché? Cosa cercavo? Braccia perdute, un calore familiare, oramai fuggito?
La ricerca di ciò che è stato, e che è per sempre perduto, è tanto vana quanto dolorosa.
Però qui il divano, le stoffe, i cuscini, sono sempre gli stessi. Aspetta, non erano bianchi? Forse no. Cosa è cambiato, allora, se tutto è così identico? Poi, ecco, per la prima volta in vita mia, avverto la flebile percezione del mutamento. Mentre fuori, la storia segue da millenni l’infinito susseguirsi di fatti sempre uguali, qualcosa, un niente, un soffio, un minuscolo puntino, una cellula insignificante ma destinata a moltiplicarsi, è finalmente mutata, giù, in fondo al mio corpo.

06 Dicembre 2016

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Il mio cuore
è uno scoglio nero
fin dove l’acqua lo sferza
rischiarato dal sole
solamente in superficie
C’è un faro giallo
in cima a questa roccia
ed io ti ci conduco.

 

Le lucciole

22 Novembre 2016

Le lucciole sono
le lacrime del grano
delle sere di agosto.

Ti tengo strette
le mani
così rimani
fino a domani.

Che se te ne vai
dell’aura mia
rimarrà solo
una piccola
intermittente
patetica luce gialla
che brilla fra le spighe.

21 Febbraio 2015

fuori il cielo
risplende orribile
Col canto dei voli
appare strano pensare
che la notte
ha cessato da poco
il suo orrore divino

I fantasmi della città morta
falsa e viva in estate
non mi danno fastidio
io sono uno di loro
La luna nera e spettrale
rischiara i morti
che risalgono dal mare

mentre fuggo da un tocco
a cui non sono abituato
e che non mi appartiene
Pur bramandoti
sei di altri ora
e lo sei sempre stata
L’unica decisione
che ho intrapreso questa sera
è stata quella di andarmene